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Attività


 

PROIEZIONI PER LE SCUOLE

anche quest'anno, forti della trentennale competenza cinematografica, ci mettiamo a disposizione delle scuole per organizzare cineforum e singole proiezioni di film di interesse didattico-culturale.

I titoli di quest’anno scolastico sono stati scelti insieme alla “Convenzione per la pace” di Catania, cui fanno capo varie Associazioni (Mani Tese, Emergency, Pax Christi, Libera, Unione Donne Italiane, C.O.P.E., Arci, Cooperativa “l’arca”,Centro Astalli), unitesi nell’intenzione di aumentare gli spazi dell’Educazione alla pace, alla solidarietà, all’antimafia.

Riteniamo, data l’importanza assunta dal linguaggio cinematografico per la comunicazione giovanile, che avvicinarsi a significative opere filmiche in occasione di ricorrenze storiche e culturali, può divenire una valida modalità per ampliare gli spazi di riflessione e crescita che la scuola offre ai propri alunni. In relazione alle aree tematiche scelte, verranno forniti materiali di approfondimento.

In ogni caso è possibile concordare la proiezione di titoli diversi da quelli proposti, anche tra quelli che si renderanno disponibili nella programmazione 2009/2010.


  • Il prezzo di ingresso che proponiamo è di € 3,00 per studente con una partecipazione di non meno di 350 studenti a proiezione.


  • Vi proponiamo inoltre un abbonamento di 3 film al costo di € 7,50 per studente con una partecipazione di non meno di 400 studenti a proiezione.

 



Qui di seguito le nostre proposte tematiche




10 dicembre – Giornata mondiale per i diritti umani

Si può fare, di Giulio Manfredonia; italia 2008; 1h e 51 min.

Cose di questo mondo, di Michael Winterbottom; G.B. 2002; 1h e 30 min.

L’ospite inatteso, di Thomas McCarthy; Usa 2008; 1h e 44 min.



27 gennaio – Il Giorno della memoria

Schindler’s list, di Steven Spielberg; Usa 1993; 3h e 15 min.

Ogni cosa è illuminata, di Liev Schreiber; Usa 2006; 1h e 46 min.

Concorrenza sleale, di Ettore Scola; Italia 2001; 1h e 40 min.

Jona che visse nella balena, di Roberto Faenza; Italia 1993, 1h e 36 min.


8 marzo – La giornata delle Donne

Le 13 rose, di Emilio Martínez Lázaro; Spagna 2008; 2h e 10 min.

Il cerchio, di Jafar Panahi; Iran 2000; 1h e 31 min.

Persepolis, di Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud; Francia 2007; 1h e 35 min.


21 marzo – La giornata del ricordo delle vittime della mafia

I cento passi, di Marco Tullio Giordana; Italia 2000; 1h e 54 min.

Alla luce del sole, di Roberto Faenza; Italia 2005; 1h e 30 min.

Io non ho paura, di Gabriele Salvatores; Italia 2003; 1h e 35 min.

Fortapasc, di Marco Risi; Italia 2008; 1h e 48 min.


25 aprile/1 maggio – La festa della Liberazione / La festa del Lavoro

Le quattro giornate di Napoli, di Nanny Loy; Italia 1962; 1h e 56 min.

Tutti a casa, di Luigi Comencini; Italia 1961; 2h

Risorse umane, di Laurent Cantet; Francia 1999; 1h e 40 min.

In questo mondo libero, di Ken Loach; G.B. 2007; 1h e 36 min.

 

Schede film

Si può fare, di Giulio Manfredonia. Con Claudio Bisio, Anita Caprioli, Giuseppe Battiston; Italia 2008, durata: 1h e 51 min.;

Milano, primi anni '80. Nello è un sindacalista dalle idee troppo avanzate per il suo tempo. Ritenuto scomodo all'interno del sindacato viene allontanato e "retrocesso" al ruolo di direttore della Cooperativa 180, un'associazione di malati di mente liberati dalla legge Basaglia e impegnati in (inutili) attività assistenziali. Trovandosi a stretto contatto con i suoi nuovi dipendenti e scovate in ognuno di loro delle potenzialità, decide di umanizzarli coinvolgendoli in un lavoro di squadra. Andando contro lo scetticismo del medico psichiatra che li ha in cura, Nello integra nel mercato i soci della Cooperativa con un'attività innovativa e produttiva. "La follia è una condizione umana" dichiarava Basaglia, psichiatra. "In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla". Prima dell'introduzione in Italia della "legge 180/78", detta anche legge Basaglia, i manicomi erano spazi di contenimento fisico dove venivano utilizzati metodi sperimentali di ogni tipo, dall'elettroshock alla malarioterapia. Il film di Giulio Manfredonia si colloca proprio negli anni in cui venivano chiusi i primi ospedali psichiatrici e s'incarica di raccontare un mondo che il cinema frequenta raramente, non tanto quello trito e ritrito della follia, quanto quello dei confini allargati in una società impreparata ad accoglierne gli adepti. Attenzione però. Il regista evita accuratamente qualunque tipo di enfasi, sfiorando appena la drammaticità senza spettacolarizzarla, in favore di un impianto arioso, ridente, talvolta comico, letiziando lo spettatore con una commedia (umana) che diverte e allo stesso tempo fa riflettere. (...) Manfredonia tramuta episodi reali - e nello specifico la storia della Cooperativa Sociale Noncello - in fiction, trattando con la dovuta discrezione un argomento tanto delicato che appartiene alla storia dell'Italia, nel rispetto di chi convive con l'infermità mentale e di chi ci lavora. La sceneggiatura scritta a quattro mani insieme all'autore del soggetto Fabio Bonifacci non ha falle e permette agli attori di immergersi nella condizione dei loro personaggi con grazia. Sebbene Claudio Bisio dia un'ottima prova recitativa nei panni di Nello, Si può fare è il frutto di un lavoro collettivo che vede tutti gli interpreti (compreso il regista) impegnati a ricreare un ambiente credibile nel quale far muovere a piccoli passi un ensemble di "matti" talmente autentici da strappare un applauso. ( Tirza Bonifazi, Mymovies.it)

 

Cose di questo mondo, di Michael Winterbottom. Con Jamal Udin Torabi; G.B. 2002; durata. 1h e 30 min.; Orso d'oro al Festival di Berlino 2003

Tra il milione di rifugiati a Peshawar nell'ottobre del 2001, in seguito ai bombardamenti americani dell'Afghanistan, ci sono due cugini: il giovane Enayat e il giovanissimo Jamal, un orfano che vive nel campo-profughi. Quando il padre decide di mandare Enayat in Inghilterra, nella speranza di una vita migliore, Jamal ottiene di accompagnarlo grazie al fatto che sa parlare inglese: persuade tutti che potrà essere utile al cugino. Varcato clandestinamente il confine con l'Iran, i due proseguono a piedi attraverso il Kurdistan sull'antica via della seta, ora via del contrabbando di petrolio e d'oppio; giungono a Istanbul e riprendono la peregrinazione alla volta dell'Italia, stivati in un cargo da cui non tutti usciranno vivi. In una Trieste ricca e indifferente, Jamal sopravvive scippando borsette; prima che il viaggio della speranza (più volte declinata in disperazione) prosegua verso Parigi e Londra. Sarà magari un pregiudizio di chi ama il cinema, però a volte hai la sensazione che un film possa dirti di più su guerre, bombardamenti e profughi di questi tormentati anni di quanto non sia in grado di fare una dozzina di dibattiti televisivi quotidiani con esperti militari, politici, tuttologi e showgirl. Cose di questo mondo, Orso d'Oro a Berlino, ottiene l'effetto raccontando una storia (pienamente realistica), mostrando volti (di assoluta verità), immergendoti in una babele di linguaggi (saggiamente, il film è distribuito in edizione originale sottotitolata), facendoti identificare con i personaggi e trasmettendoti un autentico senso d'indignazione, di sacrosanto scandalo per le ingiustizie e le violenze perpetrate ai danni di gente di cui ignori quasi tutto ma che, alla fine del film, ti sembra di conoscere un po' di più. (Roberto Nepoti, La Repubblica)

 

L'ospite inatteso, di Thomas McCarthy. Con Richard Jenkins, Haaz Sleiman, Danai Jekesai Gurira, Hiam Abbass; USA 2008, durata: 1h e 44 min.; In concorso al Sundance 2008.

Ci sono film così adrenalinici che si dimenticano dopo pochi giorni. E altri apparentemente immobili, ma che ti lavorano dentro. Come i maratoneti che vengono fuori al traguardo, sulla lunga distanza. L’ospite inatteso (The Visitor è il più polisemico e quindi appropriato titolo originale) fa parte del secondo gruppo. Walter Vale è un professore universitario specializzato in globalizzazione e politiche del Terzo mondo. Vedovo, appiattito su una triste routine, arriva a New York per un convegno e trova nel suo appartamento una coppia di immigrati irregolari: Tarek, un musicista siriano di tamburo, e Zainab, la sua timida fidanzata senegalese. Li accoglie e si affeziona a Tarek, che lo fa rivivere facendogli scoprire la musica di Fela Kuti. (...) La seconda regia dell’attore e sceneggiatore Thomas McCarthy (del 2005 il suo esordio, Station Agent), ha il pregio di definire particolari, atmosfere, psicologie e ambienti. Di far emergere l’umanità dei personaggi stritolati dal sistema. Walter è ospite di un’America che non riconosce più come sua, tenuta in scacco com’è dalle paure terroristiche del post 11 settembre (non a caso l’unica bandiera nazionale sfuma in dissolvenza); Tarek ha lasciato la sua patria a causa della guerra, mentre quella adottiva lo respinge per non aver risposto a un modulo ufficiale spedito per posta. Richard Jenkins, noto caratterista di cinema e Tv (da Potere assoluto e L’uomo che non c’era a Six Feet Under), è il vero maratoneta del film: approccio minimalista e rivelazione graduale di sé. Il suo personaggio è lo specchio di un paese che ha perso la capacità di accogliere l’altro, ma forse non del tutto l’energia e la fiducia nel domani. Misurato, realista, volutamente dimesso, il film cerca di guardare con gli occhi di chi è straniero: ecco perché la scena sul battello, quando Mouna e Walter osservano dal mare la statua della Libertà, si fissa nella memoria. Raffaella Giancristofaro, Film Tv

 

Le 13 rose, di Emilio Martínez Lázaro. Con Pilar López de Ayala, Verónica Sánchez; Spagna 2007; durata: 2h e 10 min.

Las Trece Rosas Rojas è il nome con cui si ricordano tredici giovanissime donne che, durante la "saca de agosto" del 1939, vennero fucilate assieme ad altri 43 dissidenti dai falangisti della neo-dittatura di Francisco Franco. L'attenzione si focalizza in particolar modo su quattro ragazze attive nel circolo ricreativo "Aida Lafuente" e militanti nel JSU (l'Unione della Gioventù Socialista), le pasionarie Virtudes e Carmen e le prodighe volontarie Julia e Adelina, e su Blanca, intellettuale borghese sostenitrice della destra cattolica ma vicina, per amor della musica, ad un gruppo di rivoltosi. Ognuna di loro, a causa di un regime affamato di epurazioni esemplari, finirà in carcere e, ad eccezione della più giovane Carmen, pagherà la propria dissidenza con la vita.

 

Il cerchio, di Jafar Panahi. Con Fereshteh Sadr Orafai, Maryiam Parvin Almani; Iran 2000; durata: 1h e 31 min.

Dopo aver affrontato ne Il palloncino bianco e Lo specchio le tematiche infantili, con Il cerchio, l'iraniano Jafar Panahi, rivolge il proprio sguardo all'universo femminile. Otto ritratti di donne, otto storie di quotidiana sopravvivenza raccontate con la semplicità di un linguaggio che non cerca di emozionare lo spettatore, ma al contrario di accompagnarlo, mantenendo il più possibile un punto di vista distaccato. Il cerchio rimanda, in qualche modo, alla circolarità e alla frammentazione della narrazione, che descrive uno dopo l'altro ciascun personaggio. Le vicende si succedono apparentemente in modo del tutto casuale. Il cerchio si ricompone, chiudendosi, soltanto nel finale. Sorprende la bravura di Panahi, nell'essere riuscito a descrivere, con grande sensibilità ed efficacia - per lo più attraverso i gesti - personaggi così autentici, come quelli di queste donne costrette a vivere ai margini di una società estremamente rigida e codificata. (Giancarlo Zappoli, Mymovies)

 

Persepolis, di Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud; Francia 2008; durata: 1h e 35 min.; Presentato al festival di Cannes 2008

Vent'anni di storia visti con gli occhi di una piccola iraniana che cresce, cambia, capisce, scopre la storia della propria famiglia e del proprio paese mentre il popolo insorge contro lo Scià, vede una rivoluzione e poi una guerra, soffre, emigra, ritorna nell'Iran degli ayatollah ormai adolescente, quindi scappa di nuovo, stavolta in Francia dove diventa una grande disegnatrice. E racconta tutto quel che ha vissuto in uno straordinario cartoon. Semplice e sofisticato (così sofisticato che sembra semplice), lineare e tumultuoso, pieno di fatti, di personaggi, di emozioni, di idee. Anche, anzi proprio perché non è un laborioso e iperrealistico film in 3 D, ma un cartoon tradizionale e in bianco e nero, dunque è duttile e potente, astratto e insieme preciso. L'ideale per questa cavalcata "in soggettiva" che partendo dal punto di vista di una bambina va al cuore delle cose alla loro verità profonda senza mai rinunciare alla complessità del mondo. Tratto dall'autobiografia a fumetti in due volumi di Marjane Satrapi (pubblicata da Sperling & Kupfer), ma realizzato a quattro mani con Vincent Paronnaud, Persepolis comunica il sentimento, raro, di una riuscita totale. E finisce per essere molte cose insieme: un'educazione sentimentale, un viaggio nella memoria collettiva, il trionfo di un'immaginazione così docile e sbrigliata che alla fine la vita della piccola Marjane diventa un pochino nostra. (Fabio Ferzetti, Il Messaggero)

 

I cento passi, di Marco Tullio Giordana. Con Luigi Lo Cascio, Luigi Maria Burruano, Lucia Sardo; Italia 2000; durata: 1h e 54 min.; In concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2000

I cento passi del titolo sono quelli che separano la casa di Peppino dall’abitazione del boss mafioso Tano Badalamenti - che, dopo un lungo silenzio della giustizia, per questo assassinio è stato finalmente incriminato. Cento passi che nonostante tutto congiuri per farglieli percorrere - la storia familiare, la debolezza di suo padre, l’omertoso clima cittadino - Peppino non percorrerà mai, scoprendo fin da ragazzino, attraverso l’amico e maestro pittore Stefano Venuti, l’impegno politico con il Pci, poi allontanandosene per le troppe prudenze che impone, infine inventandosi attraverso una radio messa su con gli amici un canale fantasioso e irriverente per parlare e dire la sua verità: Badalamenti diventa Tano Seduto, Cinisi è ribattezzata Mafiopoli e il ridicolo è un’arma che dà molto fastidio agli intoccabili. Marco Tullio Giordana, in quello che è il suo film migliore, più forte, più diretto, ibrida con successo il cinema di impegno civile (viene citato Le mani sulla città) con umori più personali e generazionali (ci ritroverete un po’ di Radio Freccia alla siciliana), intreccia la denuncia e il ritratto toccante e autentico di un angelo ribelle. E se la sceneggiatura (che il regista firma con Claudio Fava e Monica Zappelli) è scritta con inconsueta precisione, schivando retorica e colore, gran parte della riuscita del film la si deve a una squadra di attori di sorprendente bravura, guidati senza sbavature da Giordana. (Irene Bignardi , La Repubblica)

 

Alla luce del sole, di Roberto Faenza. Con Luca Zingaretti, Alessia Goria, Corrado Fortuna; Italia 2005; durata: 1h e 30 min.

Roberto Faenza ha girato un bellissimo film pieno di civiltà e affetti su don Puglisi, un prete che combatte per la luce contro l' ombra e viene assassinato dalla mafia perché invade la sua zona di influenza presso i ragazzi fuori di Palermo, manovalanza di malavita. Alla luce del sole si intitola non a caso la biografia piena di passione e di sentimento che testimonia un cinema utile in una società in cui ci sentiamo a volte tutti abbandonati. Stile secco, senza manierismi, con un ottimo, introverso, misurato Luca Zingaretti, esule da Montalbano: uno di quei personaggi «impotenti» nella Storia cui Faenza, indagando il reale, offre il riscatto di un vibrante identikit che ci riporta al cinema italiano alla Rosi, di tempi migliori. (Maurizio Porro, Il Corriere della sera)

 

Io non ho paura, di Gabriele Salvatores. Con Diego Abatantuono, Dino Abbrescia; Italia 2003; durata: 1h e 35 min.

Durante un'estate torrida, Michele scorrazza per la campagna pugliese assieme a un gruppo di coetanei: una piccola banda pronta a sfidarsi in prove di coraggio gratuite, che ricorda certi personaggi usciti dalla penna di Stephen King. Anche il clima narrativo, che implica una sorta di "spirito del luogo", è simile: l'in-famigliarità del famigliare, l'evento inconcepibile che irrompe nella vita monotona d'ogni giorno. Per caso, Michele scopre un ragazzo selvaggio incatenato in un buco nel terreno: in realtà un piccolo principe, Filippo, figlio di una ricca famiglia del Norditalia sequestrato a scopo di riscatto. L'avvicinamento dei due coetanei è lento, circospetto; poi il ragazzo del Sud diventa il protettore del prigioniero, senza sapere che i genitori sono coinvolti nel rapimento. (...) Ottimo adattamento del romanzo di Niccolò Ammaniti, il film è declinato alla prima persona, come lo è il libro e come dichiara il titolo. Narra una storia appassionante (con tanto di "arrivano i nostri" finale), ma nel frattempo rivela uno sguardo acuto su temi seri come il rapporto tra bambini e adulti, i riti di passaggio da un'età all'altra, la perdita dell'innocenza. Una questione di "sguardo", soprattutto. La macchina da presa di Italo Petriccione conduce lo spettatore a volo per una distesa di campi dalla luminosità abbacinante; poi lo precipita sottoterra, nell'oscurità claustrofobica di una fossa impenetrabile alla luce. Salvatores posiziona la macchina da presa ad altezza di ragazzino, focalizzando gli eventi attraverso il punto di vista (ingenuo, romanzesco, mitico) di Michele in modo da costituire per lo spettatore un alter-ego infantile attraverso cui osservarli. Il risultato è originale e sapiente; di più: una ricerca sul linguaggio di grande rigore formale mascherata sotto la linearità e la naturalezza del racconto. (Roberto Nepoti, La Repubblica)

 

Fortapasc, di Marco Risi. Con Libero de Rienzo, Valentina Lodovini, Michele Riondino; Italia 2009; durata: 1h e 48 min.

Noi non siamo a Fortapàsc», dice Ennio Fantastichini sindaco di Torre Annunziata; ma il film gli risponde che tutta Italia è Fort Apache, luogo-slinbolo dell'assedio da parte della malavita. Il film racconta gli ultimi mesi di vita di Giancarlo Siani, coraggioso giornalista dei quotidiano campano Il Mattino, ucciso dalla camorra a 26 anni con dieci colpi di pistola nel settembre 1985. Per processare i suoi assassini ci sono voluti 12 anni. Buonissimo film, asciutto e vigoroso, che segna un gran progresso di Marco Risi. Lo stile è ammirevole sia nella minacciosa corsa notturna dei motociclisti in città, sia negli ambienti ricchi, pesanti e cafoni delle case dei camorristi, sia nella semplicità del protagonista, sia nel senso di allarme che grava sui quartieri. (Lietta Tornabuoni, La Stampa).

 

Le quattro giornate di Napoli, di Nanni Loy. Con Gian Maria Volonté, Aldo Giuffré, Lea Massari; Italia 1962; durata: 1h e 56 min.

 

 

 

Schede film consigliati stagione 2008/2009

 

The millionaire, di Danny Boyle. Con Dev Patel, Anil Kapoor,; USA 2008, durata: 2h E 2 min.; Vincitore di 8 premi Oscar

Non c'entrano i capricci del lusso, le tensioni della ricchezza, il potere dei grandi patrimoni. In una specie di sardonica parodia della lotta di classe, nel romanzo da cui 'The Millionaire' di Danny Boyle è tratto, 'Le dodici domande' del diplomatico indiano Vikas Swarup (Guanda), il protagonista è un diciottenne cameriere indiano abitante in una baraccopoli di Mumbai. Ha partecipato a un quiz televisivo sul genere 'Chi vuol esser miliardario?'. Ha risposto esattamente a tutte le domande. Ha vinto 20 milioni di rupie. Il conduttore del programma, sicuro che un ragazzo povero non possa davvero conoscere tutte le risposte, lo fa arrestare per truffa. La polizia lo maltratta e tortura per farlo confessare: e cercando di spiegarsi il ragazzo ripercorre tutta la propria infanzia, le circostanze che gli hanno dato conoscenze non culturali ma dirette, di esperienza. Evoca un'infanzia in cui l'India contemporanea appare con tutti i suoi orrori e le sue meraviglie: un Paese di diverse religioni che convivono armate e possono significare vita o morte; in cui il profumo dell'incenso si mescola al sentore delle fogne a cielo aperto; in cui i fattorini sognano di diventare attori di Bollywood e si può morire di rabbia all'ombra calma della cupola del Taj Mahal, in cui i bambini affondano nella degradazione e le ragazze amate si perdono con dolore. Danny Boyle, il bravo regista inglese di 'Trainspotting', 'Millions', 'Sunshine', ha adottato nel trascrivere la bella storia uno stile straordinariamente originale ed efficace: macchina a mano per immergersi nel caos delle città; appena una sfumatura del lieve umorismo sempre tipico degli inglesi nel ritrarre gli indiani, piuttosto un'atmosfera di intenso pathos; interpreti, piccoli e adulti, non professionisti, altamente espressivi; modernità esemplare del ritmo e delle immagini. Risultato, un gran film. Lietta Tornabuoni - L'Espresso

 

Vincere, di Marco Bellocchio. Con Filippo Timi, Giovanna Mezzogiorno; Italia 2009, durata: 2h e 8 min.; In concorso al Festival di Cannes 2009

Vincere è un film sulla moglie prima riconosciuta e poi sconfessata da Benito Mussolini. È un film sulla donna, Ida Dalser - tenace, caparbia, ostinata, passionale - e sulla sua pervicace voglia di lasciare una traccia ai posteri non solo della sua esistenza (è lei, in fondo, a vincere), ma anche e soprattutto della storia d’amore con colui che, in seguito, diventerà il Duce. È un film sul figlio nato da questa unione, Benito Albino Mussolini, strappato alla madre e rinchiuso in un istituto prima e in un manicomio dopo, esattamente come accaduto a Ida. Ma Vincere è, prima di ogni altra cosa, uno straordinario, superbo, maestoso film sulla comunicazione, sulla forza dei media, che ai tempi contaminava e contagiava attraverso la stampa, la radio e il cinema (...) È, ancora, un film sul cinema, media sì vecchio ma nel quale Bellocchio crede sempre moltissimo (basterebbe la scena di Ida che s’arrampica sull’inferriata dell’ospedale psichiatrico dove è tenuta segregata mentre fuori nevica copiosamente, per legittimarlo ancora nei secoli dei secoli), sulla sua memoria (molteplici le sequenze di altre pellicole, tra le quali spicca Il monello di Chaplin; e le citazioni subliminali, come quel volto che tanto assomiglia alla Giovanna d’Arco/Renée Falconetti di Dreyer) che regala memoria anche alla Storia e all’importanza di ricordarla (Bellocchio proietta immagini sull’acqua, sui soffitti, nelle sale, ovunque). Vincere, in sostanza, è un capolavoro imperioso, dal ritmo e dal montaggio (di Francesca Calvelli) futuristi, con una smagliante fotografia di Daniele Ciprì che rimanda al miglior Matarazzo (Vincere è anche uno struggente mélo), e una colonna sonora da Oscar (firmata da Carlo Crivelli) mixata in perfetta osmosi con un comparto di effetti sonori rari da rintracciare in un’opera italiana. Tutto Bellocchio in poco più di due ore (la psichiatria, la suggestione dei personaggi che fanno la Storia, il confronto con il cattolicesimo e il clero, le idee rivoluzionarie...) in un film da Cinema Muto spavaldamente urlato, come se I pugni in tasca di 44 anni fa si fossero improvvisamente rianimati per scagliarsi contro ciò per cui vale la pena di nuovo combattere e contestare. Avvolti nello stato di grazia del regista di Buongiorno, notte, Giovanna Mezzogiorno e Filippo Timi sono magnificamente devastanti. Aldo Fittante, Film Tv

 

The wave - L'onda, di Dennis Gansel. Con Jürgen Vogel, Frederick Lau; Germania 2008, durata: 1h e 41 min.; Premio Miglior Sceneggiatura al Torino Film Festival 2008

Niente a che vedere con l' omonimo movimento degli studenti italiani, nato l' anno scorso in reazione alla politica scolastica del ministro Gelmini e già (apparentemente) assopito: L' onda è una storia immaginaria a forte valenza di parabola: anche se imparentata con un singolare esperimento messo in atto, anni fa, in una high School di Palo Alto, California. Il film, invece, è ambientato nella Germania odierna, in una scuola superiore qualsiasi di una qualsiasi città. Durante una settimana "a tema", il professor Reiner Wenger deve gestire un seminario sull' autocrazia. Comincia con le definizioni ("il regime di un solo uomo o di un gruppo ristretto che usano un Paese a loro piacimento") poi, per tenere l' attenzione di un uditorio scettico e distratto, passa alla dimostrazione pratica. Alla domanda "è possibile che in Germania risorga un fascismo?" i ragazzi hanno riposto negativamente. Reiner li convince, allora, a cambiare, per una settimana, i comportamenti abituali: rispetteranno alcune regole formali ormai in disuso (chiedere la parola, alzarsi in piedi davanti all' insegnante...), vestiranno tutti alla stessa maniera (non magliette firmate, ma jeans e camicia bianca), sperimenteranno forme di collaborazione. Giorno dopo giorno il gruppo, che si è dato il nome di "Onda", cresce di numero grazie alla defezione degli studenti da altri seminari, per unirsi a quello di Reiner; si dà un "logo", che compare sui muri della città, inventa un "saluto" para-nazista. I più fragili, come il disadattato Tim, che idolatra il professore, prendono a identificarsi sempre più nel neonato "movimento", emarginando chi non vi aderisce e scontrandosi con gruppi di "anarchici". La disciplina produce anche risultati mai raggiunti nella squadra di pallavolo, un tempo fiaccata dall' individualismo dei singoli giocatori. Fatte le debite proporzioni, le adunate si fanno "oceaniche"; e lo stesso professore, all' inizio alternativo e fricchettone, finisce contagiato dal morbo; fino a rendersi irriconoscibile agli occhi della moglie-collega (invece la preside, ufficiosamente, approva). Solo due ragazze della classe originaria si rifiutano di stare al pericoloso gioco. Preceduto da un tv-movie americano sullo stesso soggetto ("The Wave"), L' onda è un film coinvolgente sul piano spettacolare, serio e acuto nel trattamento della materia. Centra in pieno il nocciolo della genesi dei regimi; più che una precisa ideologia, dei simboli di appartenenza: un nome, un' uniforme, un simbolo, un saluto (qui manca solo un inno). (...) il film è duro, efficace e merita senz' altro la visita. Roberto Nepoti, La Repubblica

 

 

La banda Baader Meinhof, di Uli Edel. Con Martina Gedeck, Moritz Bleibtreu, Bruno Ganz; Germania 2008, durata: 2h e 30 min. Germania Federale, 1967.

Durante una manifestazione pacifica contro la visita di Stato dello Scià di Persia Reza Pahlavi e consorte, la polizia attacca duramente i manifestanti e spara e uccide lo studente Benno Ohnesorg. Ulrike Meinhof, moglie, madre e giornalista militante della sinistra radicale tedesca, scrive articoli di fuoco contro l’intervento americano in Vietnam e in difesa degli studenti liquidati dal governo e dalla stampa come meri teppisti. Dopo l’incendio acceso in un magazzino di Francoforte, Ulrike conosce e intervista in carcere una delle responsabili: Gudrun Ensslin, figlia disinibita di un pastore protestante, madre di un figlio ripudiato e compagna di politica e di cuore di Andreas Baader. Affascinata dalla forza delle loro idee e della loro azione politica, la giornalista aiuta Gudrun a far evadere il suo compagno nella primavera del ‘70. L’evasione di Baader diventa l’atto di nascita della RAF (Rote Armee Fraktion) e avvia la clandestinità della Meinhof. (...) (...) La banda Baader Mainhof ci rammenta che se gli anni Sessanta furono quelli del rinnovamento e dei movimenti, gli anni Settanta furono quelli del dolore e del rimpianto. Furono la strana normalità di tre ragazzi chiusi in casa e scesi in strada per godere della libertà come violenza, saltando da una finestra in un vuoto allucinatorio, nell’utopia della distruzione e del suo potere salvifico. Nella velocità dell’action Edel coglie e abita fino in fondo la dimensione sospesa della decennale esperienza terrorista, ostaggio del proprio delirio. Se la notte di Bellocchio riscopriva il (buon)giorno, quella di Edel non sa sognare albe né può offrire fughe immaginarie ai prigionieri di questa tragedia. Marzia Gandolfi, Mymovies.it

 

L'ospite inatteso, di Thomas McCarthy. Con Richard Jenkins, Haaz Sleiman, Danai Jekesai Gurira, Hiam Abbass; USA 2008, durata: 1h e 44 min.; In concorso al Sundance 2008.

Ci sono film così adrenalinici che si dimenticano dopo pochi giorni. E altri apparentemente immobili, ma che ti lavorano dentro. Come i maratoneti che vengono fuori al traguardo, sulla lunga distanza. L’ospite inatteso (The Visitor è il più polisemico e quindi appropriato titolo originale) fa parte del secondo gruppo. Walter Vale è un professore universitario specializzato in globalizzazione e politiche del Terzo mondo. Vedovo, appiattito su una triste routine, arriva a New York per un convegno e trova nel suo appartamento una coppia di immigrati irregolari: Tarek, un musicista siriano di tamburo, e Zainab, la sua timida fidanzata senegalese. Li accoglie e si affeziona a Tarek, che lo fa rivivere facendogli scoprire la musica di Fela Kuti. (...) La seconda regia dell’attore e sceneggiatore Thomas McCarthy (del 2005 il suo esordio, Station Agent), ha il pregio di definire particolari, atmosfere, psicologie e ambienti. Di far emergere l’umanità dei personaggi stritolati dal sistema. Walter è ospite di un’America che non riconosce più come sua, tenuta in scacco com’è dalle paure terroristiche del post 11 settembre (non a caso l’unica bandiera nazionale sfuma in dissolvenza); Tarek ha lasciato la sua patria a causa della guerra, mentre quella adottiva lo respinge per non aver risposto a un modulo ufficiale spedito per posta. Richard Jenkins, noto caratterista di cinema e Tv (da Potere assoluto e L’uomo che non c’era a Six Feet Under), è il vero maratoneta del film: approccio minimalista e rivelazione graduale di sé. Il suo personaggio è lo specchio di un paese che ha perso la capacità di accogliere l’altro, ma forse non del tutto l’energia e la fiducia nel domani. Misurato, realista, volutamente dimesso, il film cerca di guardare con gli occhi di chi è straniero: ecco perché la scena sul battello, quando Mouna e Walter osservano dal mare la statua della Libertà, si fissa nella memoria. Raffaella Giancristofaro, Film Tv

 

Il bambino con il pigiama a righe, di Mark Herman. Con Asa Butterfield, Zac Mattoon O'Brien,; G.B. 2008, durata: 1h e 33 min.

Berlino, anni Quaranta. Bruno è un bambino di otto anni con larghi occhi chiari e una passione sconfinata per l'avventura, che divora nei suoi romanzi e condivide coi compagni di scuola. Il padre di Bruno, ufficiale nazista, viene promosso e trasferito con la famiglia in campagna. La nuova residenza è ubicata a poca distanza da un campo di concentramento in cui si pratica l'eliminazione sistematica degli ebrei. Bruno, costretto ad una noiosa e solitaria cattività dentro il giardino della villa, trova una via di fuga per esplorare il territorio. Oltre il bosco e al di là di una barriera di filo spinato elettrificato incontra Shmuel, un bambino ebreo affamato di cibo e di affetto. Sfidando l'autorità materna e l'odio insensato indotto dal padre e dal suo tutore, Bruno intenderà (soltanto) il suo cuore e supererà le recinzioni razziali. La drammaticità della Shoah, di un inferno voluto dagli uomini per gli uomini, è inarrivabile e di fatto non rappresentabile ma questo non ha impedito al cinema di provare e riprovare a misurarsi con quella tragedia. L'approccio cinematografico di Mark Herman, regista e sceneggiatore, è diretto e il punto di vista assunto è quello di un bambino, figlio di un gerarca nazista, la cui innocenza (davanti all'orrore) trova corrispondenza soltanto in Shmuel, coetaneo internato all'inferno. A differenza di La vita è bella e di Train de vie, Il bambino con il pigiama a righe non è una favola dove ognuno ha un proprio e preciso ruolo, al contrario nel film di Herman i due universi, quello del Bene e quello del Male, si lambiscono fino a confondersi e a sconvolgersi. Nel Bambino col pigiama a righe è l'inadeguatezza e la debolezza degli adulti, anche di quelli buoni, a obbligare i bambini a prendere in mano il proprio destino e a determinarlo. I padri e le madri non fanno “magie” come il Guido Orefice di Benigni e il Male che li circonda finisce per inghiottire i loro figli e renderli all'improvviso consapevoli. Il regista inglese è abile a evitare gli stereotipi della storia “cattiva” e della contrapposizione tra infanzia idealizzata e abiezioni del mondo adulto, analizzando la durezza di un'epoca (la Germania nazionalsocialista) e di un'età (l'infanzia). Marzia Gandolfi, My Movies

 

La duchessa, di Saul Dibb. Con Keira Knightley, Ralph Fiennes, Charlotte Rampling,; G.B. 2008, durata: 1h e 50 min.

Nell'Inghilterra del XVIII secolo, Georgiana Spencer (Keira Knightley) era una donna affascinante e dalla grande personalità, la cui bellezza e carisma le avevano fruttato un enorme popolarità, contrastata solo dagli scandali provocati dai suoi appetiti sessuali, dalla sua passione per il gioco e dal suo comportamento spregiudicato. Andata giovanissima in sposa al già maturo Duca di Devonshire (Ralph Fiennes), ben introdotto nella vita di corte, era divenuta presto un icona per il popolo, capace di dettar legge tanto sulle mode che nella vita politica. Il film si centra però in particolar modo sulla sua vita sentimentale: la relazione con il celebre Earl Grey (Dominic Cooper), leader dei Whig e poi Primo Ministro, quella con il marito e il triangolo con la di lui favorita, Lady Bess Foster (Hayley Atwell). Film Tv

 

Si può fare, di Giulio Manfredonia. Con Claudio Bisio, Anita Caprioli, Giuseppe Battiston; Italia 2008, durata: 1h e 51 min.;

Milano, primi anni '80. Nello è un sindacalista dalle idee troppo avanzate per il suo tempo. Ritenuto scomodo all'interno del sindacato viene allontanato e "retrocesso" al ruolo di direttore della Cooperativa 180, un'associazione di malati di mente liberati dalla legge Basaglia e impegnati in (inutili) attività assistenziali. Trovandosi a stretto contatto con i suoi nuovi dipendenti e scovate in ognuno di loro delle potenzialità, decide di umanizzarli coinvolgendoli in un lavoro di squadra. Andando contro lo scetticismo del medico psichiatra che li ha in cura, Nello integra nel mercato i soci della Cooperativa con un'attività innovativa e produttiva. "La follia è una condizione umana" dichiarava Basaglia, psichiatra. "In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla". Prima dell'introduzione in Italia della "legge 180/78", detta anche legge Basaglia, i manicomi erano spazi di contenimento fisico dove venivano utilizzati metodi sperimentali di ogni tipo, dall'elettroshock alla malarioterapia. Il film di Giulio Manfredonia si colloca proprio negli anni in cui venivano chiusi i primi ospedali psichiatrici e s'incarica di raccontare un mondo che il cinema frequenta raramente, non tanto quello trito e ritrito della follia, quanto quello dei confini allargati in una società impreparata ad accoglierne gli adepti. Attenzione però. Il regista evita accuratamente qualunque tipo di enfasi, sfiorando appena la drammaticità senza spettacolarizzarla, in favore di un impianto arioso, ridente, talvolta comico, letiziando lo spettatore con una commedia (umana) che diverte e allo stesso tempo fa riflettere. (...) Manfredonia tramuta episodi reali - e nello specifico la storia della Cooperativa Sociale Noncello - in fiction, trattando con la dovuta discrezione un argomento tanto delicato che appartiene alla storia dell'Italia, nel rispetto di chi convive con l'infermità mentale e di chi ci lavora. La sceneggiatura scritta a quattro mani insieme all'autore del soggetto Fabio Bonifacci non ha falle e permette agli attori di immergersi nella condizione dei loro personaggi con grazia. Sebbene Claudio Bisio dia un'ottima prova recitativa nei panni di Nello, Si può fare è il frutto di un lavoro collettivo che vede tutti gli interpreti (compreso il regista) impegnati a ricreare un ambiente credibile nel quale far muovere a piccoli passi un ensemble di "matti" talmente autentici da strappare un applauso. Tirza Bonifazi, Mymovies.it

 

Parada, di Marco Pontecorvo. Con Jalil Lespert, Daniele Formica, Evita Ciri; Italia 2008; durata: 1h e 40 min.; Presentato alla Mostra del cinema di Venezia 2008

Romania, 1992. Tre anni dopo la caduta del regime di Ceausescu Miloud Oukili, clown di strada francese di origini algerine, giunge a Bucarest. Qui si trova di fronte a una realtà terribile. Centinaia di bambini dai tre ai sedici anni vivono nel sottosuolo della città, sopravvivono grazie a furti, accattonaggio e prostituzione. Si tratta di bambini scappati da squallidi orfanotrofi o da altrettanto deleterie situazioni familiari. Miloud ha un sogno: vincere la loro indifferenza a tutto (causata anche dai vapori di colla o di vernici che inalano come droga). Ci riesce con lavoro lungo e faticoso conquistandone la fiducia e trasformandoli in artisti di strada che oggi sono noti in tutto il mondo. Marco Pontecorvo, noto direttore della fotografia, prosegue la ricerca appassionata nei confronti delle storture della società che già era propria dell'indimenticato padre Gillo (a cui il film è dedicato). Lo fa con rispetto per la materia, consapevole com'è della difficoltà di raccontare una realtà che ha i suoi protagonisti (Miloud in testa) tuttora attivi e riconoscibili. Pontecorvo tocca inevitabilmente le corde della commozione (in particolare grazie alla bravura del giovanissimo neoattore che interpreta Cristi) ma lo fa con pudore, attento com'è a non realizzare un'agiografia dal tono un po' favolistico ma consapevole di una tragica condizione umana ancora non sanata (a Bucarest come in altre, troppe parti del mondo). La clownerie, così come nella vera storia dei ragazzi, diventa l'occasione di sorriso in mezzo al dolore. Si tratta però sempre di un sorriso amaro in cui però una regola domina: quella del rispetto per la parola data e per le persone. Una regola che troppo spesso la società dimentica. Giancarlo Zappoli, Mymovies

 

Machan, di Uberto Pasolini. Con Dharmapriya Dias, Gihan De Chickera; Italia/Sri Lanka 2008, durata: 1h e 48 min. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2008

Volontà, desideri, speranze, inventiva e fantasia. Coloro che stanno al di là delle nostre frontiere, coloro che abitano nelle zone povere del mondo - quelli che noi chiamiamo “extracomunitari” - sono come eravamo noi qualche generazione fa. E hanno quello che in Occidente non si trova più: la fame dei popoli giovani, i loro desideri totalizzanti, l’ingenuità e la tenerezza di chi crede nella possibilità di una vita migliore, nel sogno a poche ore di volo. Uberto Pasolini, finora conosciuto come produttore (sua la produzione di Full Monty, il maggior successo commerciale inglese di tutti i tempi) è andato in Sri Lanka per mettere in scena una storia realmente accaduta. Nella bidonville di Colombo un gruppo di amici, senza soldi e senza futuro, capisce che l’unico modo per ottenere il visto per emigrare in Europa è farsi invitare: allora si improvvisano giocatori di pallamano per rappresentare il loro paese in un torneo tedesco e senza aver giocato nemmeno una partita si propongono come la “Nazionale di Palla a Mano dello Sri Lanka”. L’improbabile squadra atterra in Baviera, ma prima di tentare la fuga dovrà cimentarsi davanti a un pubblico di tifosi… Presentato alle Giornate degli Autori di Venezia 2008. (...) Silvia Colombo, Film Tv

 

La classe, di Laurent Cantet. Con François Bégaudeau, Nassim Amrabt; Francia 2008, durata: 2h e 8 min.;

A volte il miracolo succede. Ti siedi in platea e per una volta ti sembra che lo schermo si trasformi davvero in una finestra che si apre sul mondo. Per una volta senti aria pura che entra nel cinema e scompiglia i capelli, cancella le convenzioni e le abitudini. Succede con La classe, il film di Laurent Cantet che ha vinto l' ultimo festival di Cannes riportando la Palma d' oro in Francia dopo ventun anni (strappandola a un altro film che procurava le stesse sensazioni, Gomorra di Matteo Garrone). E se ci ripensi, alla fine, ti rendi conto che il merito non è né della storia (un anno nella vita di un liceo francese di periferia, che si conclude senza nemmeno sapere chi è stato promosso o bocciato. Senza sapere chi ha vinto o ha perso) né del fascino o della bellezza degli interpreti (normalissimi studenti liceali trasformati in attori grazie agli incontri settimanali con il regista: più o meno dei «normali» corsi integrativi). No, alla fine il merito è proprio del cinema, della sua capacità - a volte - di cogliere attraverso la recitazione e la messa in scena qualche briciola di realtà. Di verità. Di bellezza. All'origine c' è il libro autobiografico di François Bégaudeau Entre les murs (ora tradotto in italiano col titolo La classe da Einaudi), che racconta in forma molto libera e diaristica un anno di insegnamento nelle prime classi di un liceo del ventesimo arrondissement, il collège Françoise Dolto di Parigi. Un libro che ha avuto un certo successo in Francia e che ha spinto l' autore ha lasciare l' insegnamento per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura e al giornalismo. Laurent Cantet è partito da qui, ma non si è limitato a scegliere degli attori, o aspiranti tali, per «dare forma» al testo letterario. Ha deciso di lavorare per un anno intero con i ragazzi che frequentavano davvero quel liceo, invitando chi voleva recitare a degli incontri settimanali. Con i 25 più assidui (e più motivati) ha cominciato, insieme a Bégaudeau (che nel film interpreta se stesso, il professore di lingua francese), a tratteggiare i caratteri degli studenti che si sarebbero visti nel film, ognuno inventando situazioni e atteggiamenti ma anche portando esperienze personali e proposte. Molti degli «autoritratti» che a un certo momento gli studenti scrivono sono usciti dalla fantasia dei soli ragazzi, così come il carattere ostico e scostante di Souleymane (Franck Keita) o quello ribelle di Kohumba (Rachel Régulier) o quello curiosamente riflessivo di Wei (Wei Huang). Mentre altre volte l' identificazione era più diretta, come per la «contestatrice» Sandra (Esméralda Ouertani). Questo materiale umano, Cantet l' ha usato per raccontare alcuni momenti della vita scolastica di una classe di quindicenni, senza disperdersi in un' inutile voglia di dire tutto ma scegliendo di privilegiare alcuni momenti significativi. O comunque problematici. (...) Paolo Mereghetti, Il Corriere della sera

 

 

La terra degli uomini rossi, di Marco Bechis; Con Claudio Santamaria; Italia 2008, durata: 1h e 48 min.; Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2008.

Mato Grosso do Sul (Brasile). Le attività economiche della zona sono legate allo sfruttamento in coltivazioni transgeniche dei terreni che in passato appartenevano agli indios e nelle visite guidate a turisti interessati al birdwatching. Lo status quo viene bruscamente interrotto quando Nádio, la guida ascoltata di una comunità indio decide di non poter sopportare lo stillicidio di suicidi di giovani senza più speranza. Inizia così una ribellione pacifica finalizzata a ottenere una restituzione delle terre indebitamente confiscate. Accanto a lui ci sono suo figlio e il giovane apprendista sciamano Osvaldo. I fazenderos inizialmente reagiscono cercando di frenare le spinte più estremiste del loro campo ma comunque ben decisi a non cedere neppure un ettaro di terra agli indios. (...) Il futuro che rischia di trasformarsi per molti giovani in un corpo che penzola da un cappio appeso a un albero sta all'origine di una vicenda che ha nella prima sequenza la sua chiave di lettura. Dei birdwatchers percorrono un fiume su una barca a motore quando, all'improvviso, su una riva compaiono degli indios con archi e frecce. Una volta che i turisti si sono allontanati quegli stessi indios…(Non è bene togliere la sorpresa su quanto accade ma chi vedrà il film potrà comprendere quanto il senso che deriva dal prosieguo dell'azione offra al film una marca molto forte). Bechis osserva sia i fazenderos che gli indios quasi come se fosse a sua volta un birdwatcher, cioè qualcuno che guarda da lontano. L'intento è evidentemente quello di non voler forzare la mano sul piano di una facile adesione emotiva richiedendo allo spettatore un più complesso lavoro di adesione alla lotta contro un'ingiustizia che si perpetua da secoli. La terra degli uomini rossi diventa così un film di forte denuncia morale e politica senza assumere mai la dimensione del pamphlet. Proprio in questo procedere, che permette alla ragione di prevalere sulla passione, sta la forza di un film che Bechis ha saputo costruire 'ascoltando' nel senso più pieno del termine coloro che ogni giorno vivono l'umiliazione di non possedere più una terra che per loro non significa solo cibo ma anche (e soprattutto) radici e cultura. Giancarlo Zappoli, Mymovies.it

 

 

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