Liberation day
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Country:
Norvegia/Lettonia
Year:
2016
Category:
Musical, Rock movies
Duration:
1 hours 40 minutes
Director:
Ugis Olte e Morten Traavik
Age restriction:
No

Sinossi

I Laibach, la band cult ex jugoslava ora slovena, è il primo gruppo rock ad essersi esibito in Corea del Nord. Mettendo a confronto le strette differenze ideologiche e culturali, la band lotta per passare la censura prima che le proprie canzoni vengano scatenate su un pubblico che non è mai stato esposto al rock alternativo.
Nel frattempo si stanno preparando gli altoparlanti della propaganda al confine tra le due Coree e il countdown per la guerra viene annunciato…

Presentato al Seeyousound 2017

Programmazione

Giovedì 18 maggio
ore 20.30 – 22.30 (sala 2)

INGRESSO PER TUTTI € 5,00

Recensione

Al regista svedese Morten Traavik è riuscito un piccolo capolavoro: organizzare un concerto di una rock band in Nord Corea, uno stato quasi del tutto impermeabile allo “straniero”. Potrebbe bastar questo a rendere interessante la visione di “Liberation Day”. Se non fosse che Traavik in Nord Corea ci ha portato una delle formazioni più anomale che abbiano mai calcato le scene (secondi forse soltanto ai Throbbing Gristle): i Laibach, genuini rappresentanti della prima generazione dell’industrial rock, “franchigia” formatasi nel 1980 nella piccola cittadina operaia di Trbovlje in Slovenia. La ritmica marziale militaresca, il canto baritonale e monocorde di Milan Fras, l’uso di diverse lingue (sloveno, tedesco, inglese, qualche volta anche italiano) già basterebbero a sottolinearne la particolarità, anche all’interno della stessa scena musicale indipendente; ma quello che da sempre caratterizza l’immagine (o per meglio dire la “cattiva reputazione”) dei Laibach è l’uso dell’estetica del totalitarismo (fascismo, nazismo, stalinismo), non solo dal punto di vista del look ma anche da un punto di vista concettuale.

Al centro dell’opera dei Laibach infatti c’è da sempre lo Stato-Leviatano, il soggetto collettivo in cui le singole individualità si “sciolgono” in un unico spirito dalle coordinate morali e religiose hegeliane e ambivalenti (“Siamo figli dello spirito e fratelli della Potenza” dichiararono nei primi anni ’80). La band slovena è tanto affezionata al tema che, dopo la dissoluzione della Jugoslavia, all’interno del collettivo artistico-teatrale-musicale Neue Slowenische Kunst, diedero vita a uno Stato immaginario (NSK Staat) esteso nel tempo invece che nello spazio, con tanto di passaporti numerati. L’iniziativa negli anni ha avuto un tale successo (circa 75.000 i “documenti” rilasciati) che sul sito ufficiale son comparse note ed avvertenze per precisare che il passaporto NSK non dà il diritto ad entrare in Slovenia o in qualsiasi altro stato del mondo reale.

I Laibach sono la rock band che più ha giocato con l’ideologia e le ideologie.
Non ne hanno mai parlato, l’hanno semplicemente e brutalmente “presentata” e interpretata. Il messaggio principale è sempre stato: in realtà vi piace il totalitarismo, vi piace l’ideologia, vi piace essere una massa e ve lo dimostriamo con un concerto rock (che per loro di fatto equivale a un comizio di propaganda). Un passaggio del documentario è molto indicativo in questo senso: un vecchio VHS mostra un fan dei primordi, dopo un live: “Sto cercando di capire se loro sono nazi, mi sento strano, mi è piaciuto, mi è venuta voglie di marciare”, afferma frastornato e lacerato tra la sua testa che odia il nazismo e il suo corpo che ama il ritmo marziale degli eserciti e l’ondata emotiva da irrazionalismo spirituale. (…)

(…) Chissà, magari un giorno “Liberation Day” sarà veramente ricordato alla stregua della diplomazia del ping pong che negli anni ’70 avviò il disgelo tra Cina e USA. Novak cita Leonard Cohen: “C’è una crepa in ogni cosa e da lì che la luce entra” ma aggiunge acutamente “Il problema è capire quanto allargare la crepa” perché sa che loro per i nordcoreani non sono altro che una specie di virus, che può contaminare il loro paradiso di felicità. Perché alla fine si tratta di questo: da una parte c’è un popolo che subisce il lavaggio del cervello perché si convinca di essere felice. Dall’altra c’è l’occidente. Invece di agguerrite annunciatrici in kimono rosa, abbiamo uomini in giacca blu e donne bionde in abiti color panna, verde, bianco. E ogni santo giorno che Dio manda in terra ci fanno il lavaggio del cervello per convincerci che siamo depressi e che ci hanno rubato il futuro.

Giuseppe Grosso Ciponte, ondacinema

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