Nico, 1988
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Paese:
Italia/Belgio
Anno:
2017
Genere:
Drammatico
Durata:
1 h. 33 minuti
Regia:
Susanna Nicchiarelli
Attori:
Trine Dyrholm, John Gordon Sinclair, Anamaria Marinca, Thomas Trabacchi, Karina Fernandez, Sandor Funtek, Calvin Demba
Vietato ai minori:
No

Sinossi

VINCITORE DELLA SEZIONE ORIZZONTI ALLA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2017

Ambientato tra Parigi, Praga, Norimberga, Manchester, nella campagna polacca e il litorale romano, Nico, 1988 è un road-movie dedicato agli ultimi anni di Christa Päffgen, in arte Nico (Trine Dyrholm).
Musa di Warhol, cantante dei Velvet Underground e donna dalla bellezza leggendaria, Nico vive una seconda vita dopo la storia che tutti conoscono, quando inizia la sua carriera da solista. La sua musica è tra le più originali degli anni 70 e 80 ed ha influenzato tutta la produzione musicale successiva. La “sacerdotessa delle tenebre”, così veniva chiamata, ritrova veramente se stessa dopo i quarant’anni, quando si libera del peso della sua bellezza e riesce a ricostruire un rapporto con il suo unico figlio dimenticato. Nico, 1988 racconta degli ultimi tour di Nico e della band che l’accompagnava in giro per l’Europa degli anni ‘80. È la storia di una rinascita, di un’artista, di una madre, di una donna oltre la sua icona.

Programmazione

Venerdì 10 novembre
ore 20.15 – 22.00 (sala 2)

Sabato 11
ore 22.15 (sala 2)

Domenica 12
ore 20.15 – 22.00 (sala 2)

Lunedì 13 (lingua originale con sott.it.)
ore 18.45 (sala 2) – 22.30 (sala 1)

Martedì 14
ore 20.15 – 22.00 (sala 2)

Recensione

La Nico di Susanna Nicchiarelli non è quella che in The Doors di Oliver Stone praticava una fellatio a Jim Morrison in ascensore. Quella che cantava con e per i Velvet Underground, e che – dice la protagonista di Nico, 1988, ricordando quel periodo – prendeva “un sacco di LSD”.
Quella Nico lì, la Nico bellissima e adorata dagli uomini, modella, cantante e musa, forse non è mai nemmeno esistita: se non nello sguardo e nel desiderio di chi le era accanto.
Forse non è mai esistita perché se vinci e basta, come stava vincendo e basta lei, nata sulle macerie della Berlino del dopoguerra e fiorita nella factory di Andy Warhol, allora non hai vissuto davvero. Perché l’icona non è la persona.

Eppure è con quel fantasma, ancora evocato da tutti, e con altri del suo passato, ancora più ingombranti, che Christa Päffgen si deve continuare a confrontare nel 1986: due anni prima della sua morte, quando è vicina ai cinquant’anni, quando ha conosciuto i baratri dell’eroina, dell’insuccesso, e gira l’Europa su un pulmino scalcinato per suonare la sua musica, la musica per cui non viene mai ricordata, di fronte a sparute platee tra Anzio, Praga e Manchester.
E proprio perché sconfitta a più riprese della vita, ammaccata e appesantita, quella Nico lì è più viva che mai. E i fantasmi, suoi e degli altri, se li lascia alle spalle.
Grazie anche a una performance ipnotica, rabbiosa e dolente di Trine Dyrholm, la Nico di Susanna Nicchiarelli è una combattente: una che vince o che perde ma che la sua partita la gioca sempre, e la gioca con le regole stabilite da lei, fedele ai suoi principi, ai suoi desideri come alle sue dipendenze.
È a forza di scontri e incontri, con le persone e con la vita, che questa Nico – non necessariamente “vera”, ma più vera e viva di quella bionda e bellissima dell’ascensore – costruisce e tutela sé stessa, i suoi affetti, la sua musica, la sua poesia. La sua famiglia.

Perfettamente a suo agio nella prigione dell’inquadratura in 4:3, che fa fatica a contenerla, questa Nico si spinge con tutta la sua forza verso quel lato dello schermo che confina direttamete con il nostro sguardo e le le nostre emozioni.
Episodico, ellittico, reale e onirico assieme e a fasi alternate, il film della Nicchiarelli racconta una riscossa e una vittoria laddove sarebbe stato così facile leggere una sconfitta: quella di una donna (non di una star, non di un’icona) che è caduta ma che – in uno o un altro – si è sempre rialzata, che ha perso un figlio e lo ha riconquistato, che ha riempito sempre con quello che aveva dentro di sé, con i suoi demoni e con la sua musica, il vuoto dei vertici del successo come quello gli abissi che gli son seguiti.
Le vibrazioni dello sguardo e della voce di Trine Dyrholm sono quelle di un film che non ha paura di andare per la sua strada, che ha ben chiara e che segue senza timori, proprio come fa la protagonista che racconta.
La forza e l’energia di quella Nico lì sono quelle di un cinema capace di far coesistere senza forzature estetizzanti o ammiccamenti furbetti musica e immagini, parole e silenzi, di superare le barriere tra alto e basso, cinema d’autore e commerciale, di muoversi pieno d’energia rabbiosa e dolente per poi fermarsi ad ascoltare (a registrare, come Christa con i suoni che gli erano cari), a riflettere, a prender fiato, e di ripartire verso la sfida successiva che la storia – o il destino – gli parano di fronte, lungo una strada che si sceglie da sé.

Cinema vivo, che non ha paura di ammaccarsi o farsi male, e che vince per questo.
Come Nico.

Federico Gironi, my movies

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